Guido Rossa, un’eroe della democrazia

Guido Rossa, un’eroe della democrazia

Quarant’anni fa le brigate rosse assassinarono Guido Rossa, sindacalista della CGIL, operaio all’Italsider di Genova. Era il 24 gennaio del 1979, la lotta armata contro il sistema spargeva il sangue di un vero e sincero comunista. Un’uomo che voleva cambiare per davvero le cose. Contrariamente ai suoi assassini, come del resto la CGIL di Luciano Lama e Il PCI di Enrico Berlinguer, credeva nella democrazia aborrendo la violenza. Non lo ricorderò parlando del clima di quel contesto politico e sociale, ma riflettendo su un’aspetto di grande attualità. Per onestà intellettuale devo premettere che fino ad allora le Brigate Rosse non suscitavano tra gli operai sentimenti di particolare avversione. Per quanto non siano mai stati dei veri simpatizzanti, si interrogavano cercando di capirne le ragioni. Potrei onestamente dire che molti di loro sognavano la rivoluzione ed allo stesso tempo non riuscivano a concepire l’idea di ottenere il cambiamento con la violenza.

Credo che averlo ucciso abbia dato il via alla fine della stagione delle BR. L’operazione politica e culturale, volta a portarsi dalla loro parte i lavoratori, è fallita quando dalle pistole venne esploso l’infame fuoco. Molti non se ne sono accorti, persino alcuni tra gli intellettuali e gli sociologi si sono distratti. Per non parlare dei politici dei giorni nostri con la loro abissale ignoranza. Eppure a sconfiggere le BR fu proprio Guido Rossa e quelli come lui, meriterebbe molto di più che un busto commemorativo a Genova. Fossi in loro invece di ricevere i terroristi che tornano dall’estero, rendendoli più famosi di quanto in realtà non siano, onorerei la memoria dei caduti.

Tornando al punto, aggiungo che l’atteggiamento degli operai di allora non particolarmente avverso alle BR mi tormentava. Ma ben presto le cose cambiarono anche nella mia testa. Avrei superato quel disagio grazie alla vocazione per la riflessione che non mi ha mai abbandonato. Chi come me ha tra i 50 e 60, anni e credeva negli ideali di giustizia e libertà, nell’emancipazione della classe operaia oppressa, potrà capire quel tormento. Certo, lo capiranno un po’ meno le attuali leve di “sindacalisti” e “politici”, non tutti, ma una gran parte di loro ha smarrito il vero senso della funzione sociale. Nel 1980 trovai lavoro come operaio in un grande cantiere, nel 1982 ebbi l’onore di essere eletto sindacalista della CGIL, nonostante avessi rifiutato più volte di assumere incarichi di primo piano venni trasformato in un’attivista a tempo pieno.

Ricordo che nel 1986 presi parte al congresso nazionale della mia categoria a Firenze, ero il più giovane dei delegati. Le BR avevano appena rivendicato l’uccisione di Lando Conti, sindaco repubblicano della città ed esponente storico del suo partito. Feci parte della delegazione della CGIL che si recò presso la camera ardente per manifestare il cordoglio dell’organizzazione.

Guido Rossa era morto già da sei anni, grazie anche al suo sacrificio riuscii a plasmare il mio codice etico e comportamentale. Acquisii una lezione che sarebbe stata un caposaldo della mia fede politica. La rivoluzione, la presa delle armi, insomma la lotta armata, è giustificabile solo in una particolare circostanza. Tutte le altre non solo sono illegittime ma anche ignobili. “Il Popolo o parte di esso, non ha il diritto di sovvertire l’ordine costituito se non con gli strumenti Democratici” La lotta armata è giustificabile qualora venga abolita la Costituzione, o diritti fondamento come il voto. Insomma solo nel caso in cui il regime democratico fosse sostituito dalla dittatura.

Non mi sfugge affatto che la classe dominante ha nelle mani quasi tutti i mezzi di controllo, (parte dell’informazione compresa), può costruire e manipolare la formazione del consenso secondo i suoi interessi. Ciò nonostante non è tollerabile ricorrere alla violenza.

Da questo mio convincimento, maturato ancora prima che avessi compito vent’anni, ne feci derivare un’altro. Chiunque faccia ricorso alla violenza per imporre il suo punto di vista non solo è un criminale ma una persona malata. Un’essere intellettualmente inferiore, incapace di provare sentimenti positivi verso il prossimo. Etichettarlo come fascista è sbagliato in termini di principio. Sostenere che uno ė violento in quanto fascista, o fascista in quanto violento, per quanto vero in certi casi possa essere, è comunque un’errore. Chi compie atti violenti in nome di un’idea, per quanto giusta sia, non merita di venire classificato in questa categoria. Infatti chi la condividesse sarebbe portato in qualche modo a giustificarlo. La cultura della non violenza e della pace si affermerà quando avremo imparato a tenere separati i due piani. Credo sia questo il modo migliore di ricordare e onorare la memoria di Guido Rossa.

Alla mia età, dopo tante battaglie al fianco dei più deboli, penso di potermi permettere di dare qualche consiglio. Voglio rivolgere un’invito a chiunque faccia o voglia fare politica seriamente. Mi riferisco a tutti i sinceri democratici che ancora pensino di militare nei partiti, nei sindacati o in qualsiasi altro movimento di tendenza senza aspettarsi favori in cambio. Se avete uno stomaco forte e decidete di entrarci, non abbandonateli nemmeno quando nei sarete schifati. Semmai stateci dentro provando a cambiarli. Anche per tale motivo non permettete mai a nessuno di calpestare le vostre idee. Reagite ogni qualvolta le regole democratiche vengano violate per impedirvelo. Fatelo anche quando aveste la certezza che chi gestisce indegnamente il potere si scatenerà contro di voi arrecandovi danno e causandovi sofferenza. In quel caso sarete liberati dal fardello che portate perché vi verrà comunque tolto da chi riuscirà a mandarvi via per sua personale convenienza.

A quel punto continuate a manifestare le vostre idee, se sono valide non potrà mai sconfiggerle nessuno. Questo perché come diceva Antonio Gramsci per vivere bisogna essere Partigiani. Quindi non siate indifferenti, ma lottate fin che potete. Saranno i vostri stessi nemici a liberavi dalle catene.

Sappiate che non esistono poteri buoni, come cantava De Andre a crederci bisogna davvero essere dei coglioni. I veri combattenti per la libertà e la giustizia troveranno i loro più irriducibili nemici proprio tra le fila dei cosiddetti compagni. I più fingeranno di sostenere un’idea a cui veramente non credono, agendo sempre in funzione del loro interesse personale, altri per codardia tacceranno. Tra i tanti indegni ci sono però i giusti e gli impavidi. A questa piccola categoria di uomini e donne in via di estinzione, che ancora crede si possa cambiare qualcosa, va tutta la mia simpatia e solidarietà. Non esiste legge umana veramente perfetta. Ma le regole democraticamente determinate, per quanto sbagliate siano vanno sempre rispettate. La più grande delle ingiustizie è quella che tradisce proprio questo principio morale.

Nessuna persona onesta, che abbia fatto o faccia vita collettiva e sociale è immune dal subire torti, dall’essere calpestata, perseguitata, calunniata e diffamata. Non sono un profeta, ma credo che anche qualora la giustizia umana dovesse difettare, la natura vede e provvede. La sua logica è molto semplice, si basa sulla legge di causa effetto. No, non è un‘utopia e nemmeno il riflesso disperato o condizionato della speranza di un “perdente”. Il male ed il bene che compiamo torna sempre indietro. Grazie Guido Rossa per l’insegnamento che mi hai dato. So molto bene che sei in ascolto, come tutti quelli dal cuore candido non sei morto invano. (A.R)

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Responsabile del blog www.isolafantasma.it